San Ignacio: all’ombra del Castillo di Xunantunich

17-19/08/2013

Dopo tanto mare é ora di vedere qualcos’altro, di spostarci piú verso l’interno. Siamo pronti per l’ultima tappa beliziana. Prima di salutare questa bellissima terra abbiamo infatti ancora un paio di appuntamenti in agenda. Per visitare le rovine e aggiungere cosí Belize alla nosta collezione di antiche civiltá maya, ci dirigiamo verso San Ignacio, un paesino al confine col Guatemala, situato nel distritto Cayo e patria del Chicle, un collante naturale ricavato dall’albero Manilkara Chicle e usato per la produzione del piú comune chewing gum.

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Sono quasi le otto del mattino e ci rendiamo conto che é giá troppo tardi per prendere un qualsiasi autobus . L’unico modo per lasciare Placencia sembra quindi attraversare la laguna in battello fino ad Independencia (il tragitto ci costa 10 dollari beliziani a persona, 4 euro circa) da dove poi prenderemo un autobus fino a Belmopan, la capitale, e da lí un altro per San Ignacio. Un bel giretto insomma! Afferriamo il traghetto al volo e davanti a noi si apre immediatamente  una distesa di acqua dolce azzurrissima illuminata dalle prime luci del giorno che ne rivelano l’incanto. Una traversata panoramica, il vento fresco che scompiglia i capelli e accarezza i visi gonfi ancora addormentati, palafitte colorate che salutano dalla riva. Arriviamo a terra, saltiamo sul bus anche questo beccato per un pelo e dopo un paio d’ore siamo nella capitale. Neanche il tempo di scendere dal mezzo che due ragazzi iniziano a gridare a squarciagola: “San Ignacio, San Ignacio, San Ignacio…” indicandoci il bus accanto appena arrivato. Ed eccoci quindi seduti sull’ ennesimo bus che per altri 10 dollari beliziani ci porta a destinazione.

A pochi metri dalla piazza centrale troviamo un alberghetto molto semplice, non particolarmente bello né accogliente ma con un simpatico proprietario appena tornato dal dentista con un forte mal di denti. Dopo il check in, si congeda frettolosamente da noi per continuare con la sua personale terapia contro il dolore. Lo osserviamo cosí accomodarsi sul divano, sprofondare nell’imbottitura e accendersi uno spinello, una canna per intenderci. Qui in Belize infatti la marijuana é assolutamete legale soprattutto se usata per fine terapeutici… Che tipo ;-)… Niente di che dicevo il posto, Central Hotel il nome, ma davvero centrale e quindi perfetto per il primo giorno in cui, stanchi del viaggio e delle poche ore di sonno, non si ha mai la voglia di sbattere su e giú con lo zaino sulle spalle e il sole cocente in testa. Il nostro dolorante amico ci informa comunque che a soli 15 minuti a piedi si trovano le prime rovine che vorremmo visitare , quelle di Cahal Pech. E cosí, dopo una salita abbastanza faticosa, arriviamo all’entrata e con 10 dollari beliziani a testa abbiamo accesso al museo e alla zona archeologica. Le rovine erano la dimora di una nobile famiglia maya. Oggi ospitano un piccolo museo dove si puó apprendere la storia del luogo e dove sono raccolti oggetti e stele rinvenuti durante i vari lavori di scavo.

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La riserva é piccolina, piú modesta rispetto ad altri ritrovamenti della riviera maya. Le ridotte dimensioni peró non impediscono di apprezzare la maestuositá di questa impressionante civiltá. Luogo solitario e silenzioso, il suo fascino risiede nel fatto che sia ancora un cantiere aperto. Si puó pertanto essere testimoni del lavoro dedizioso degli archeologi che tutt’oggi lavorano la sua terra e respirarne a fondo l’autenticitá. É incredibile quanta storia e cultura possa nascondere un luogo cosí circoscritto. Una visita interattiva la nostra, dato che si puó camminare tra le rovine in lungo e in largo, arrampicarsi per  le numerose scalinate di  templi e piazze ed entrare in molti degli edifici presenti. Consigliato al 100%.

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Secondo giorno a San Ignacio. Cambiamo hotel. Abbiamo trovato un posticino niente male, anche questo in pieno centro. Si chiama Hi-Et Hotel, un’antica casa coloniale che nel ’78 si transformó in albergo grazie all’uomo che ancora la abita e che le ha dato il nome della madre (Hi Et appunto). Per 25 dollari beliziani (poco piú di 9 euro) ci offrono una stanzetta privata con balconcino annesso e bagno condiviso. Accogliente e molto sicuro dato che per accedervi bisogna praticamente attraversare il salotto del gentile proprietario.

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In tarda mattinata, prendiamo il bus pubblico per andare a visitare le rovine di Xunantunich, le ultime in Belize. Dopo un breve tragitto di circa 10 minuti, eccoci arrivati sulla riva del fiume Mopán. Dopo aver attraversato il fiume con un ponte di legno mobile funzionante con un sistema (piuttostorudimentale ma pratico) a corde che ti porta sull’altra sponda e una scarpinata di 1 chilometro e mezzo tutta in salita, raggiungiamo la meta.

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Originalmente il sitio era adibito a centro cerimimoniale e il nome che in lingua maya significa “donna di pietra” deriva da un’antica leggenda diffusasi verso la fine dell’ottocento che racconta del fantasma di una donna che si crede abiti la zona, completamente vestita di bianco e con occhi rosso fuoco. La gente del luogo dichiara di averla vista apparire ai piedi dell’edificio principale, El Castillo, salire la scalinata centrale di pietra e scomparire dietro un muro anch’esso di pietra.

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La zona archeologica é costituita da 6 piazze circondate da oltre 26 palazzi e templi ma l’ attrazione piú spettacolare é dunque il Castillo, l’Axis Mundi del luogo, il punto di intersezione tra due linee cardinali. Un edificio imponente di circa 40 metri su cui si puó salire seguendo la ripida scalinata fino a raggiungere il punto piú alto da cui poter godere di una vista magnifica. Tutto Belize é ai tuoi piedi, da far venire le vertigini. Siamo fortunati, non c’è molta gente. Siamo solo noi e l’immensitá di questo posto con i suoi prati verdissimi e un passato ancora da scoprire… tutto da raccontare.

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Percorrendo le scale e i corridoi che ci portano su in cima, non appena girato l’angolo per continuare la scalata sul lato posteriore del castello, i nostri occhi vengono catturati dalla maestuosa facciata decorata da bellissimi fregi ritraenti maschere, dei e re, riportati in vita da anni e anni di scavi archeologici. É la prima volta che ci troviamo di fronte a delle fasce decorative cosí ben definite, visibili, dettagliate, in cui vi si possono leggere i volti e le leggende del tempo. Impressionante! Non ci stanchiamo mai di visitare queste zone, veri e propri musei all’ aria aperta. Benché ce ne siano tante disseminate un pó ovunque lungo la Riviera Maya e benché si possa pensare che vista una si abbia giá visto tutto… ogni volta che mettiamo piede in una riserva nuova , ci accorgiamo immediatamente che questo pensiero non puó essere piú lontano dalla veritá. Ognuna delle rovine cheabbiamo vistofin’ora é differente dalle altre, la magia racchiusa tra le sue mura é differente. Credo che proprio in questo risieda tutta la forza e lo spirito dei Maya.

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Ripercorrendo il cammino verso l’uscita, una famigliola di scimmie urlatrici ci saluta da lontano, contenta probabilmente di riavere tutto per sé il proprio tempio, profanato per tutta la giornata da piedi stranieri.

Terzo e ultimo giorno in Belize. Aggiorniamo il blog, passeggiamo per le strade della cittá e lungo il fiume. Ad un certo punto, seduti ai tavolini di un bar consumando una deliziosa colazione, veniamo interrotti da un boato improvviso e gente correndo e gritando. Inizialmente piuttosto turbati, pensando a una zuffa o a un qualche incidente,ci precipitiamo in strada per assicurarci dell’accaduto. Fortunatamente non é nulla di tutto ció. Sta solo avendo luogo la “Vuelta de San Ignacio”, un equivalente del Giro d’Italia peró a livello locale. Tutto il paese é in fibrillazione, stanno per gareggiare i migliori atleti del villaggio e squadre di fan si affannano per accaparrarsi i posti migliori a lato della strada e tifare per il loro beniamino. Una gara piuttosto dura… il cammino é pieno di buche e dossi, l’asfalto completamente dissestato. Non mancano cadute e scivoloni. Ma ció che ha veramente dell’incredibile é che, in prossimitá della zona in cui ci troviamo per assistere alla competizione, c’é un enorme palo della luce, piantato proprio al principio di una curva, e i ciclisti che scendono a tutta velocitá devono quasi sgommare per evitarlo… La cosa peró non sembra sorprenderli né spaventarli…ne sono cosí abituati che la prendono come un’ulteriore prova di abiltá prevista dalla corsa. Bert, appassionato di bici com’é, é entusiasta solo all’idea di assistervi e passa un’ora filmando e scattando foto da inviare a lanzarote ai suoi cari colleghi di Papagayo Bike 😉

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A sera, una chiacchierata con gli altri ospiti dell’hotel e una cenetta squisita, diversa dal solito, in un ristorantino “gourmet” con vista sulla piazza centrale, ci sembrano l’addio perfetto a Belize.

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Con l’entusiasmo di chi ha ancora tanto da scoprire e con la voglia di attraversare la frontiera guatemalteca, ci addormientiamo come agnellini sognando il giorno che verrá.

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Categories: Belize | Tags: , , | 2 Comments

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2 thoughts on “San Ignacio: all’ombra del Castillo di Xunantunich

  1. Way cool! Some extremely valid points! I appreciate you writing this post and
    the rest of the site is also very good.

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