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Copán Ruinas, un viaje entre cultura y solidaridad

07-10/09/2013

Eccoci qui, ci risiamo un’altra volta. Stiamo per attraversare la 6 frontiera internazionale da quando abbiamo iniziato questo viaggio. Alle cinque in punto ci facciamo portare da un simpatico taxista al punto di incontro con il bus che ci condurrá fino in Honduras, Copán Ruinas per l’esattezza. Salutiamo quindi Guatemala con tutta la carica e l’eccitazione di chi fa i bagagli per la prima volta, si mette in marcia e non ha idea di quello che lo aspetta appena girato l’angolo. Amo questa sensazione. Curiositá, timore, agitazione ed energia pura al 100% confluiscono nell’unico e peculiare stato d’animo che contraddistingue il viaggiatore dal turista, il passeggero dal passante. Un viaggio di circa 6 ore e, dopo aver versato 3 dollari a testa all’ufficio immigrazione, attenti a non cadere nella consueta trappola dei doganieri abilissimi nell’inventare leggi e tasse extra sul momento, riceviamo il nostro timbro e ci rimettiamo in cammino. Un’oretta e siamo a Copán. Durante il viaggio conosciamo una coppia di novelli sposini inglesi, Ed e Sophia, che dopo aver passato un paio di settimana rilassandosi tra le azzurre acqua messicane dei Caraibi, stanno continuando la loro luna di miele con zaino in spalla esplorando il centro America. Il bus ci lascia sulla porta del nostro ostello: ViaVia Travellers Café, un posticino accogliente e arredato con gusto piuttosto occidentale proprietá di una coppia di viaggiatori belga. Un punto per Bert che ritrova cosí un pó di casa in questa terra nuova e sconosciuta. Per 8 dollari a persona (circa 6 euro) troviamo posto in una stanza privata con bagno e WiFi. C’é spazio anche per i nostri nuovi amici inglesi e perció decidiamo di fermarci qui per i prossimi giorni. Un giro per la cittá, qualche chiacchiera e una magnifica cenetta presso il chiosco di una vecchietta che per 50 Lempiras (la moneta locale), ossia 2 euro, ci prepara una bistecca di maiale sulla brace accompagnata da insalata, gli immancabili fagioli e un paio di tortillas. Ottimo!!! Sedotti e deliziati!

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Il vero motivo del nostro soggiorno a Copán sono le rovine maya qui presenti, l’ultimo parco archeologico della riviera. Copán ha fama di essere la civiltá maya piú artistica e per questo una delle piú vivaci espressioni della cultura e storia di questo popolo ancestrale. Una fonte inestimabile di informazioni e di grandissimo interesse storico e artistico. Il prezzo dell’entrata é piuttosto alto se paragonato alle altre zone giá visitate (300 lempiras per le rovine, 300L per gli unici due tunnel in cui é possibile l’accesso e 140L per il museo di cultura e scultura maya, per un totale di circa 27 euro per le tre attrazioni) ma ne vale davvero la pena.

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Affascinantissima é sicuramente la Gran Plaza arricchita da stele decoratissime e altari raffiguranti animali sacri che raccontano nei dettagli scolpiti nella pietra la storia di intere generazioni. L’ennesimo viaggio nel passato, cercando di immaginare come vivevano questi popoli cosí lontani e allo stesso tempo vicini a noi…

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Una magia che ti lascia ancora piú stupefatto quando si raggiunge la famosa ‘scalinata geroglifica’, la facciata principale di uno dei templi presenti in zona contenente il testo scolpito su pietra piú largo che la civiltá maya ci abbia lasciato. Un’opera maestuosa, di spropositate dimensioni. Si crede racchiuda in sé l’albero genealogico dell’intera dinastia copaneca. Purtroppo é un puzzle fin troppo complicato da risolvere. Fino ad oggi non é ancora stato possibile decifrarlo in quanto i geroglifici con il passare dei secoli si sono rovinati e staccati dal pezzo originale. Ricostruendo poi parte della scalinata i tasselli del rompicapo sono stati mischiati ad altri e in altre posizioni creando cosí una sorta di minestrone di simboli e figure. Da togliere il fiato!

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Per ultimo, per ordine peró non per importanza, vi é il tempio di Rosalila anche conosciuto come il “Templo del Sol”. Un’ opera maestra, un miracolo dell’architettura se si pensa al periodo in cui é stato edificato e ai mezzi usati. Un tempio dentro un altro tempio come matrioske russe. Era usanza maya infatti ricostruire di tanto in tanto i templi per celebrare un avvenimento importante come la fine di un ciclo di governo e l’inizio di un altro o un cambio di dinastia o di re. In questo caso il tempio originale non é mai stato distrutto per costruirne uno nuovo bensí, forse per la grande influenza del re che lo fece erigere, il nuovo é stato  innalzato al di sopra del vecchio inglobandolo al suo interno. Nel museo di scultura, oltre a numerose sculture rinvenute all’interno dei vari templi, é possibile infatti ammirarne una copia esatta riprodotta in scala reale. Una meraviglia!

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Il terzo giorno andiamo a visitare un’altra parte del parco archeologico, Las Sepulturas, a circa 2 km dalle rovine principali e perfettamente raggiungibile a piedi. Zona residenziale della classe medio-alta copaneca, fu chiamata cosí per il gran numero di resti umani trovatici a causa dell’abitudine di seppellire i defunti entro le mura di casa. Costituendo la dimora di astronomi e scrivani, il luogo rappresenta una finestra sugli usi e costumi di questa élite maya che popoló l’area durante la fine della civiltá maya copaneca.

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Nel prossimo post parleremo ancora di Copán, ma questa volta di un progetto solidario che abbiamo deciso di appoggiare durante il nostro viaggio. A prima vista la cittadina di Copán Ruinas sembra essere il cuore di uno dei municipi piú sviluppati e ricchi di Honduras. Purtroppo peró , appena fuori dalle sue mura, ci si confronta con una realtá molto diversa, piú cruda, povera e disperata. Qui il tasso di analfabetismo supera il 60%, la malnutrizione e la cattiva igiene dilagano in tutto il Paese. In Honduras troviamo cosí un motivo in piú per continuare a viaggiare, per continuare a muoverci, per credere ancora di piú in quello che facciamo. Un obiettivo in piú, una motivazione ancora piú forte e decisa. A noi piace pensare che sia stata lei a scegliere noi. Non é retorica la nostra, né sciocco perbenismo, ma chiunque abbia la possibilitá di viaggiare per questi Paesi e conoscerli un pó piú a fondo non puó che condividere il nostro pensiero. Oggi, quarto giorno qui a Copán, avremmo dovuto infatti prendere l’autobus delle 8 per andare a Gracias. La sveglia peró non ha suonato (o probabilmente eravamo fin troppo assonnati per sentirla) e per questo abbiamo deciso di rimanere un giorno in piú rilassandoci in ostello e godendo della sua ottima cucina. Nei giorni scorsi abbiamo fatto amicizia con Geert, il padrone di casa, ospitale e allegro, con un bagaglio impressionante di esperienza alle spalle, e An, una sua amica, anche lei  belga, viaggiatrice incallita e difenditrice appassionata di diritti sociali. An, che da anni fa avanti e indietro dal Belgio perché totalmente coinvolta in progetti sociali locali, ci fa conoscere un posto bellissimo, dove i sogni, quelli importanti, di sopravvivenza, possono diventare realtá. Si chiama “Casita Copán”, un orfanotrofio-ludoteca che si occupa di bambini con un solo genitore, la madre, preoccupandosi per la loro educazione, salute, igiene, togliendoli dalle strade e offrendo loro un posto dove trascorrere le giornate mentre le madri sono a lavoro guadagnandosi il pane quotidiano. Un progetto portato avanti con dedizione da una giovane americana, Emily, e dalla sua squadra di volontari muniti di pazienza ed entusiasmo. Spero possa contagiare anche voi e ispirarvi come ha fatto con noi!

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Guatemala: Flores and the Tikal ruins

20-23/08/2013

Flores

13 Bel$, that’s how close San Ignacio is from the Belizean-Guatemalan border.  We change our queen Elisabeth faced Belizean dollars with one of the many, promising the best rate to get, persons into Guatemalan Quetzals.  We fetch a combibus for 60Q (quetzals: 1€= 9,8Q) and the next thing we know is us, sitting with 18 others for 3 hours long direction Flores.  The bus stops, somebody gets out, 5 minutes later: bus stops, 2 more get in… all the way long.  I have seen sardines in a tin can with more comfort and space!!!  The streets left long behind us, the suffering vehicle searches his way between bumps, rocks and puddles, which can just be a thin layer of muddy water but as well an abyss competing with some oceans deepness.  We observe the evergreen landscape gliding by the windows with detail, having time, offered by slowness, to point out the remarkable sights.  Arriving at the bus stop of Santa Helena, we have a drink to get rid of the tuc-tuc-taxi drivers verbally struggling to get us in their vehicle for 20/25Q.  We avoid the ‘innocent tourist’ moment they are hoping for and ask to the bartender what the prices are and were to take a transport.  So we stop a tuc-tuc on the street, pay 10Q and have a ride to the island of Flores, situated in the middle of the Petén Lagoon.

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We go to the hostel Los Amigos, in the center of the small islet.  As we pass the entrance we feel like entering Nirvana.  Young travelers passing by, eating, drinking, chatting and chairing stories, card games and board games surrounded by crowds, experiences are told, advice given, prices compared.  It’s backpackers’ paradise.  This must be the place where backpackers go when they die, this is heaven.  We get a private ‘tree house’ without windows as room, on an inside patio that looks like a wild jungle.  The first hotel of its kind, as far as we can remember, that has the possibility to charge on the room bill.  In our case the tree house-bill.  The kitchen a bit slow and not the cheapest but the finest for those who want to eat something normal, plenty and recognizable after months of tacos, burritos, frijoles and deep fried pre-fab food.  The arrival day we just enjoy the ambient and possibilities of the hostel.

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The second day we change some euros to cover our stay in Guatemala.  The quetzal is around 10Q each €, which is very good comparing the year balance, so the perfect moment!  Later on the day we take a small taxi boat and cross the lake to get (not after a mini hike) to ‘the beach’.  A spot at the lake with white stones where we enjoy some swimming, reading, swimming, reading, reading, swimming… you get the idea? 😉 a beautiful view over the lake decors our day.

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The third day we visit the ruins of Tikal, the most important of Guatemala.  A perfect day prepared by the hostel: 125Q each for the transport both ways, 150Q entrance each to pay at the entrance of the ruins and one of the best guides we’ve had since the start of our trip.  Full of passion, as the teacher he is, Julio explains different concept s and remarkable parts of the ruins, highlighting the details which make Tikal so special.  Julio guides us through the labyrinthic jungle paths explaining the atrocities of nature’s fauna and flora.  We see a family coatis looking for their dinner, tucans, howler monkeys, spider monkey groups, wild turkeys, tarantulas and so on.

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He explains us the influence of Teotihuacan in Tikal as we can perceive and compare after so many ruins visited.   But never have we seen pyramids so vertical build.  With their, in comparison with other sites, small bases they rise high in the sky.  The highest of them peeking out of the dense forest canopy.  At the ceremonial center, under the eye of the ‘Templo del Gran Jaguar’ we get a short break so we can sit down and get a good imprint on our retina.  At dusk we climb one of the highest pyramids to get a sunset with views over the oceanic horizon of forest green with pyramids…  when there wouldn’t be those damn clouds!!!   Well, you cannot always be lucky.  Julio, in act of desperation, brings us to another pyramid, hoping for s to see the moonrise.  The good thing about clouds is that they don’t discriminate… they block the sun going down exactly the same way as they block the moon coming up!!!

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It’s rain season… what can we say?  Two spaghettis and a conversation with Carlos, a hardcore traveler from Madrid giving the hostel website an update, is a fine way to close the day.  The fourth day we find Carlos who want to check a place for some photos for the website.  He invites us and a British girl, Jessica, to go with a canoe to the other side of the lake where we can use the ‘rope-swing’ for 10Q a whole day long.  A rope attached at a tree growing over the lake gives us a swing as we jump from different places and heights.  There is this alone standing house where a friendly family lives.  They make some lemonade for us and the kids proudly show us how it’s properly done.  This is everyday playground for them and swing till eight meter high above the lake while for us it is already hard enough to have a correct landing in the water!  It is contagious and addictive and it is not until I hit the surface with a flat back, that I consider a short break.  It is as each afternoon raining hard.  For a while lightings fill the sky over Flores and thunders are barking loud.  We see the spectacle from the other side of the lake, from a unique side of the lake.

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That evening back on Flores we eat with Carlos and Jessica some tacos, tamales and fried with frijoles filled bananas for 5Q each order on the street just aside the lake.  We make a last walk at the shore of the lake and the small town.  We end in the hotel playing some games with the Dutch owner. We have great loughs and almost consider staying a day longer.  With the sound of the last raindrops hitting the ground, with a thin breeze slinking through the banana leafs and palms we fall asleep in our tree house.  The squirrels crossing our room from window to window will miss us… and the bread they borrowed from us.

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San Ignacio: all’ombra del Castillo di Xunantunich

17-19/08/2013

Dopo tanto mare é ora di vedere qualcos’altro, di spostarci piú verso l’interno. Siamo pronti per l’ultima tappa beliziana. Prima di salutare questa bellissima terra abbiamo infatti ancora un paio di appuntamenti in agenda. Per visitare le rovine e aggiungere cosí Belize alla nosta collezione di antiche civiltá maya, ci dirigiamo verso San Ignacio, un paesino al confine col Guatemala, situato nel distritto Cayo e patria del Chicle, un collante naturale ricavato dall’albero Manilkara Chicle e usato per la produzione del piú comune chewing gum.

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Sono quasi le otto del mattino e ci rendiamo conto che é giá troppo tardi per prendere un qualsiasi autobus . L’unico modo per lasciare Placencia sembra quindi attraversare la laguna in battello fino ad Independencia (il tragitto ci costa 10 dollari beliziani a persona, 4 euro circa) da dove poi prenderemo un autobus fino a Belmopan, la capitale, e da lí un altro per San Ignacio. Un bel giretto insomma! Afferriamo il traghetto al volo e davanti a noi si apre immediatamente  una distesa di acqua dolce azzurrissima illuminata dalle prime luci del giorno che ne rivelano l’incanto. Una traversata panoramica, il vento fresco che scompiglia i capelli e accarezza i visi gonfi ancora addormentati, palafitte colorate che salutano dalla riva. Arriviamo a terra, saltiamo sul bus anche questo beccato per un pelo e dopo un paio d’ore siamo nella capitale. Neanche il tempo di scendere dal mezzo che due ragazzi iniziano a gridare a squarciagola: “San Ignacio, San Ignacio, San Ignacio…” indicandoci il bus accanto appena arrivato. Ed eccoci quindi seduti sull’ ennesimo bus che per altri 10 dollari beliziani ci porta a destinazione.

A pochi metri dalla piazza centrale troviamo un alberghetto molto semplice, non particolarmente bello né accogliente ma con un simpatico proprietario appena tornato dal dentista con un forte mal di denti. Dopo il check in, si congeda frettolosamente da noi per continuare con la sua personale terapia contro il dolore. Lo osserviamo cosí accomodarsi sul divano, sprofondare nell’imbottitura e accendersi uno spinello, una canna per intenderci. Qui in Belize infatti la marijuana é assolutamete legale soprattutto se usata per fine terapeutici… Che tipo ;-)… Niente di che dicevo il posto, Central Hotel il nome, ma davvero centrale e quindi perfetto per il primo giorno in cui, stanchi del viaggio e delle poche ore di sonno, non si ha mai la voglia di sbattere su e giú con lo zaino sulle spalle e il sole cocente in testa. Il nostro dolorante amico ci informa comunque che a soli 15 minuti a piedi si trovano le prime rovine che vorremmo visitare , quelle di Cahal Pech. E cosí, dopo una salita abbastanza faticosa, arriviamo all’entrata e con 10 dollari beliziani a testa abbiamo accesso al museo e alla zona archeologica. Le rovine erano la dimora di una nobile famiglia maya. Oggi ospitano un piccolo museo dove si puó apprendere la storia del luogo e dove sono raccolti oggetti e stele rinvenuti durante i vari lavori di scavo.

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La riserva é piccolina, piú modesta rispetto ad altri ritrovamenti della riviera maya. Le ridotte dimensioni peró non impediscono di apprezzare la maestuositá di questa impressionante civiltá. Luogo solitario e silenzioso, il suo fascino risiede nel fatto che sia ancora un cantiere aperto. Si puó pertanto essere testimoni del lavoro dedizioso degli archeologi che tutt’oggi lavorano la sua terra e respirarne a fondo l’autenticitá. É incredibile quanta storia e cultura possa nascondere un luogo cosí circoscritto. Una visita interattiva la nostra, dato che si puó camminare tra le rovine in lungo e in largo, arrampicarsi per  le numerose scalinate di  templi e piazze ed entrare in molti degli edifici presenti. Consigliato al 100%.

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Secondo giorno a San Ignacio. Cambiamo hotel. Abbiamo trovato un posticino niente male, anche questo in pieno centro. Si chiama Hi-Et Hotel, un’antica casa coloniale che nel ’78 si transformó in albergo grazie all’uomo che ancora la abita e che le ha dato il nome della madre (Hi Et appunto). Per 25 dollari beliziani (poco piú di 9 euro) ci offrono una stanzetta privata con balconcino annesso e bagno condiviso. Accogliente e molto sicuro dato che per accedervi bisogna praticamente attraversare il salotto del gentile proprietario.

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In tarda mattinata, prendiamo il bus pubblico per andare a visitare le rovine di Xunantunich, le ultime in Belize. Dopo un breve tragitto di circa 10 minuti, eccoci arrivati sulla riva del fiume Mopán. Dopo aver attraversato il fiume con un ponte di legno mobile funzionante con un sistema (piuttostorudimentale ma pratico) a corde che ti porta sull’altra sponda e una scarpinata di 1 chilometro e mezzo tutta in salita, raggiungiamo la meta.

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Originalmente il sitio era adibito a centro cerimimoniale e il nome che in lingua maya significa “donna di pietra” deriva da un’antica leggenda diffusasi verso la fine dell’ottocento che racconta del fantasma di una donna che si crede abiti la zona, completamente vestita di bianco e con occhi rosso fuoco. La gente del luogo dichiara di averla vista apparire ai piedi dell’edificio principale, El Castillo, salire la scalinata centrale di pietra e scomparire dietro un muro anch’esso di pietra.

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La zona archeologica é costituita da 6 piazze circondate da oltre 26 palazzi e templi ma l’ attrazione piú spettacolare é dunque il Castillo, l’Axis Mundi del luogo, il punto di intersezione tra due linee cardinali. Un edificio imponente di circa 40 metri su cui si puó salire seguendo la ripida scalinata fino a raggiungere il punto piú alto da cui poter godere di una vista magnifica. Tutto Belize é ai tuoi piedi, da far venire le vertigini. Siamo fortunati, non c’è molta gente. Siamo solo noi e l’immensitá di questo posto con i suoi prati verdissimi e un passato ancora da scoprire… tutto da raccontare.

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Percorrendo le scale e i corridoi che ci portano su in cima, non appena girato l’angolo per continuare la scalata sul lato posteriore del castello, i nostri occhi vengono catturati dalla maestuosa facciata decorata da bellissimi fregi ritraenti maschere, dei e re, riportati in vita da anni e anni di scavi archeologici. É la prima volta che ci troviamo di fronte a delle fasce decorative cosí ben definite, visibili, dettagliate, in cui vi si possono leggere i volti e le leggende del tempo. Impressionante! Non ci stanchiamo mai di visitare queste zone, veri e propri musei all’ aria aperta. Benché ce ne siano tante disseminate un pó ovunque lungo la Riviera Maya e benché si possa pensare che vista una si abbia giá visto tutto… ogni volta che mettiamo piede in una riserva nuova , ci accorgiamo immediatamente che questo pensiero non puó essere piú lontano dalla veritá. Ognuna delle rovine cheabbiamo vistofin’ora é differente dalle altre, la magia racchiusa tra le sue mura é differente. Credo che proprio in questo risieda tutta la forza e lo spirito dei Maya.

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Ripercorrendo il cammino verso l’uscita, una famigliola di scimmie urlatrici ci saluta da lontano, contenta probabilmente di riavere tutto per sé il proprio tempio, profanato per tutta la giornata da piedi stranieri.

Terzo e ultimo giorno in Belize. Aggiorniamo il blog, passeggiamo per le strade della cittá e lungo il fiume. Ad un certo punto, seduti ai tavolini di un bar consumando una deliziosa colazione, veniamo interrotti da un boato improvviso e gente correndo e gritando. Inizialmente piuttosto turbati, pensando a una zuffa o a un qualche incidente,ci precipitiamo in strada per assicurarci dell’accaduto. Fortunatamente non é nulla di tutto ció. Sta solo avendo luogo la “Vuelta de San Ignacio”, un equivalente del Giro d’Italia peró a livello locale. Tutto il paese é in fibrillazione, stanno per gareggiare i migliori atleti del villaggio e squadre di fan si affannano per accaparrarsi i posti migliori a lato della strada e tifare per il loro beniamino. Una gara piuttosto dura… il cammino é pieno di buche e dossi, l’asfalto completamente dissestato. Non mancano cadute e scivoloni. Ma ció che ha veramente dell’incredibile é che, in prossimitá della zona in cui ci troviamo per assistere alla competizione, c’é un enorme palo della luce, piantato proprio al principio di una curva, e i ciclisti che scendono a tutta velocitá devono quasi sgommare per evitarlo… La cosa peró non sembra sorprenderli né spaventarli…ne sono cosí abituati che la prendono come un’ulteriore prova di abiltá prevista dalla corsa. Bert, appassionato di bici com’é, é entusiasta solo all’idea di assistervi e passa un’ora filmando e scattando foto da inviare a lanzarote ai suoi cari colleghi di Papagayo Bike 😉

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A sera, una chiacchierata con gli altri ospiti dell’hotel e una cenetta squisita, diversa dal solito, in un ristorantino “gourmet” con vista sulla piazza centrale, ci sembrano l’addio perfetto a Belize.

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Con l’entusiasmo di chi ha ancora tanto da scoprire e con la voglia di attraversare la frontiera guatemalteca, ci addormientiamo come agnellini sognando il giorno che verrá.

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